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Fra le tante Palermo, esistenti fuori della Sicilia, sicuramente quella di Buenos Aires eccelle sopra tutte. In realtà, non è una città, ma un grande rione (il “barrio Palermo”) che si stende, placido ed ombroso, per oltre 900 ettari, dalle rive del Mar (rio) de la Plata fino al cuore pulsante di questa affascinante e popolosa metropoli.

Buenos Aires si trasformò in una moderna metropoli che gareggiava con New York, Parigi, Londra e “nel barrio di Palermo- annota la Radovanovic- penetrarono diversi stili architettonici…tuttavia fu l’avanguardia che assunse un nuovo linguaggio a partire dal 1930 realizzando edifici caratterizzati dal bianco…”



















Fuente: palermonline, sicilia-news.com
Fecha:
8 de Abril 2007


Una città nella città che, come in un gioco di matrioske, contiene altre Palermo: "chico", "vejo", "alto" che, a loro volta, contengono una Universidad de Palermo, un bosco di 25 ettari e un ippodromo Palermo e, addirittura l’Aeroparque per i voli nazionali.


Un po’ dovunque si legge e si sente il nome di Palermo: sui frontoni di teatri e delle case del tango, di cinema, musei, ateliers, negozi antiquari e d’alta moda, ristoranti e caffè antichi, lavanderie, hotel, librerie, ecc.


Insomma, qui, tutti si fregiano di questo nome come di un marchio di successo, di un simbolo di raffinata esclusività.


In effetti, Palermo è un barrio popolare che sempre più attira creativi e gente di successo. Frotte di artisti, scrittori e divi del cinema e della televisione vi si stanno trasferendo facendone aumentare il prestigio e… anche i prezzi degli immobili.


E’ difficile fare raffronti con altre città omonime, ancor meno con il capoluogo della Sicilia, tuttavia si può affermare che non c’è un altro luogo della Terra dove il nome di Palermo venga così orgogliosamente evocato e perfino celebrato dagli abitanti e dai visitatori.


Una sensazione gradevole che, in qualche modo, compensa le amarezze subite in giro per il mondo a causa della triste nomea che, a causa della mafia, è stata appioppata alla nostra Palermo.


Ma perché si chiama Palermo? Sull’origine del nome circolano diverse interpretazioni, in gran parte, non corrispondenti alla verità storica.


Erroneamente, si è creduto che il nome di Palermo fosse un omaggio al capoluogo della regione di provenienza della numerosa colonia di emigrati siciliani e palermitani che vi s’insediarono a partire dalla seconda metà del secolo XIX.


Si è anche ritenuto che derivasse dalla cappella interna al palazzo di campagna di un ricco proprietario, Manuel de Rosas, dedicata al “santo negro Benito de Palermo…cui rendevano culto gli uomini di colore della regione”.


In realtà, così non è stato, anche se, in qualche modo, c’è un legame con la nostra Palermo.


Il nome- come abbiamo accertato alla Biblioteca nazionale- è preesistente all’arrivo degli emigrati siciliani e- come vedremo- risale addirittura all’epoca della seconda fondazione di Buenos Aires (1.580).


“Già nel 1938, Miguel Sorondo aveva accertato che il nome non proveniva né dal santo negro Benito di Palermo né da Rosas, ma dal popolatore Juan Dominguez di Palermo, giunto a Buenos Aires intorno al 1582…” ( Elisa Radovanovic in “Palermo 1876-1960” edito da Università di B.A.)
Una più ampia e documentata conferma ci viene dallo storico Diego Del Pino il quale nel suo “Palermo- Barrio portegno”, edito, nel 1991, dalla Fundacion Banco de Boston, scrive:
“Nell’anno 1560, nacque in Sicilia Juan Dominguez Palermo, nel tempo in cui questa regione apparteneva al Regno d’Aragona. A pochi anni dalla fondazione della nostra Città, arrivò su queste coste questo siciliano…Juan Dominguez Palermo sposò Isabel Goméz de la Puerta y Seravia, discendente di un fondatore, del quale ereditò un appezzamento di terreno nel Monte Grande, di 300 verghe di fronte…”


Juan Dominguez trasformò quei terreni paludosi in fiorenti giardini di vigne e frutteti ed acquisì altri fondi contigui fino ad ampliare il suo possedimento ad un fronte di 13.000 verghe.
“Il siciliano- continua il racconto di Del Pino- morì il 15 luglio 1635, fu sepolto nella Cattedrale, e da questo momento le sue terre cominciarono a chiamarsi Banados de Palermo o anche Vignas de la Punta de Palermo… .


Anche Jorge Luis Borges attribuisce, nel suo “Evaristo Carriego”, la genesi di questo appellativo al “Dominguez di Palermo d’Italia”, addirittura, facendo dire al grande poeta dei poveri e palermitano doc “En Palermo naciò la Ciudad”.


Ecco, dunque, l’origine del nome di questo barrio “absolutamente especiale” di cui Borges era innamorato poiché qui visse, agli inizi del XX secolo, la sua adolescenza a contatto con i figli di emigrati siciliani e calabresi, con i quali giocava per le vie polverose, come egli stesso ricordò, nel salone della Fondazione Mormino, l’unica volta che venne nella nostra Palermo, in occasione del conferimento del premio assegnatogli dall’editrice “Novecento”.


A quel tempo, il barrio non era certo il migliore dei mondi possibili. Povero e sovrappopolato, violento e fascinoso al tempo stesso, per Borges “Palermo del coltello e della chitarra…era una preoccupante povertà…”


Fino a quando, durante le due decadi d’oro (anni ’30 e ’40), non raggiunse il massimo splendore.
L’economia argentina, in pieno boom, divenne un punto di riferimento per il commercio mondiale e di forte attrazione per milioni di emigrati europei (soprattutto italiani, spagnoli, francesi e tedeschi).


Buenos Aires si trasformò in una moderna metropoli che gareggiava con New York, Parigi, Londra e “nel barrio di Palermo- annota la Radovanovic- penetrarono diversi stili architettonici…tuttavia fu l’avanguardia che assunse un nuovo linguaggio a partire dal 1930 realizzando edifici caratterizzati dal bianco…”


Proprio in questo barrio, fra la Plaza Italia e il bosco di Palermo, sorse il grande complesso della “Sociedad Rural “ che magnificò la potenza e l’opulenza argentine dovute, soprattutto, alla produzione e all’esportazione di montagne di grano, di carni e di pellami.


Perché l’Argentina non era solo tango, lusso e belle donne, ma, prima di tutto, flotte di bastimenti che esportavano la gran parte della sua immensa produzione agricola e zootecnica ed importavano…uomini e donne da tutti i continenti.


Ancora oggi, nonostante la grave crisi degli ultimi tre decenni, il Paese, che conta 35 milioni di abitanti, produce grano per circa 300 milioni di persone.


Si stima che circa il 40% della popolazione sia di origine italiana, con un’elevata incidenza di siciliani, molti dei quali hanno raggiunto posizioni di grande prestigio. Da Alfio Coco Basile, originario del catanese, allenatore del mitico “Boca Juniors” di Maradona alla neo ministra dell’economia Felisa Josefina Miceli, una bella signora di 52 anni originaria di Leonforte, in provincia di Enna, che dalla presidenza del Banco de la Nacion è passata alla direzione di un dicastero-chiave cui è affidata la gravosa responsabilità del governo dell’economia e delle difficili relazioni con la Banca mondiale e col FMI.



Ma torniamo a Palermo, alle sue luminose avenide che questa tarda primavera portegna fa brillare sotto le chiome azzurrognole dei jacaranda: Santa Fè, Scalabrini-Ortiz, Libertador, Malabia, Sarmiento, Belgrano, Borges, Cortazar, ecc. Nomi, luce di nomi che rischiarano la storia travagliata della nazione argentina; una sequela di eroi e letterati che vogliono restare, o tornare, a Palermo, anche da morti.


Per gustare Palermo bisogna passeggiare per queste strade, sbirciare fra i cortili e i patii delle case antiche alla ricerca dello spirito “bohemio y creativo” e la sera andare da “Homero Manzi” o al “Club del vino” dove ci sono il miglior tango e il miglior vino.


Questo barrio è davvero speciale poiché è anche un termometro della crisi, una vetrina della lenta ripresa dell’economia e della vitalità culturale argentine.


Oggi è tutto un gran fermento. Sembra che Palermo stia vivendo il suo secondo rinascimento. Accanto alle dimore dei poeti, degli artisti e degli emigrati stanno nascendo (in qualche caso subentrandovi con una certa arroganza) l’alta moda, il disegno, l’editoria, nuovi teatri.


La sfida è quella di riuscire a coniugare, armonizzandole, tradizione e innovazione.
di Agostino Spataro, direttore www.infomedi.it


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