Fuente: palermonline, sicilia-news.com
Fecha: 8
de Abril 2007
Una città nella città che, come in un gioco di
matrioske, contiene altre Palermo: "chico", "vejo",
"alto" che, a loro volta, contengono una Universidad
de Palermo, un bosco di 25 ettari e un ippodromo Palermo e,
addirittura lAeroparque per i voli nazionali.
Un po dovunque si legge e si sente il nome di Palermo:
sui frontoni di teatri e delle case del tango, di cinema, musei,
ateliers, negozi antiquari e dalta moda, ristoranti e
caffè antichi, lavanderie, hotel, librerie, ecc.
Insomma, qui, tutti si fregiano di questo nome come di un marchio
di successo, di un simbolo di raffinata esclusività.
In effetti, Palermo è un barrio popolare che sempre più
attira creativi e gente di successo. Frotte di artisti, scrittori
e divi del cinema e della televisione vi si stanno trasferendo
facendone aumentare il prestigio e
anche i prezzi degli
immobili.
E difficile fare raffronti con altre città omonime,
ancor meno con il capoluogo della Sicilia, tuttavia si può
affermare che non cè un altro luogo della Terra
dove il nome di Palermo venga così orgogliosamente evocato
e perfino celebrato dagli abitanti e dai visitatori.
Una sensazione gradevole che, in qualche modo, compensa le amarezze
subite in giro per il mondo a causa della triste nomea che,
a causa della mafia, è stata appioppata alla nostra Palermo.
Ma perché si chiama Palermo? Sullorigine del nome
circolano diverse interpretazioni, in gran parte, non corrispondenti
alla verità storica.
Erroneamente, si è creduto che il nome di Palermo fosse
un omaggio al capoluogo della regione di provenienza della numerosa
colonia di emigrati siciliani e palermitani che vi sinsediarono
a partire dalla seconda metà del secolo XIX.
Si è anche ritenuto che derivasse dalla cappella interna
al palazzo di campagna di un ricco proprietario, Manuel de Rosas,
dedicata al santo negro Benito de Palermo
cui rendevano
culto gli uomini di colore della regione.
In realtà, così non è stato, anche se,
in qualche modo, cè un legame con la nostra Palermo.
Il nome- come abbiamo accertato alla Biblioteca nazionale- è
preesistente allarrivo degli emigrati siciliani e- come
vedremo- risale addirittura allepoca della seconda fondazione
di Buenos Aires (1.580).
Già nel 1938, Miguel Sorondo aveva accertato che
il nome non proveniva né dal santo negro Benito di Palermo
né da Rosas, ma dal popolatore Juan Dominguez di Palermo,
giunto a Buenos Aires intorno al 1582
( Elisa Radovanovic
in Palermo 1876-1960 edito da Università
di B.A.)
Una più ampia e documentata conferma ci viene dallo storico
Diego Del Pino il quale nel suo Palermo- Barrio portegno,
edito, nel 1991, dalla Fundacion Banco de Boston, scrive:
Nellanno 1560, nacque in Sicilia Juan Dominguez
Palermo, nel tempo in cui questa regione apparteneva al Regno
dAragona. A pochi anni dalla fondazione della nostra Città,
arrivò su queste coste questo siciliano
Juan Dominguez
Palermo sposò Isabel Goméz de la Puerta y Seravia,
discendente di un fondatore, del quale ereditò un appezzamento
di terreno nel Monte Grande, di 300 verghe di fronte
Juan Dominguez trasformò quei terreni paludosi in fiorenti
giardini di vigne e frutteti ed acquisì altri fondi contigui
fino ad ampliare il suo possedimento ad un fronte di 13.000
verghe.
Il siciliano- continua il racconto di Del Pino- morì
il 15 luglio 1635, fu sepolto nella Cattedrale, e da questo
momento le sue terre cominciarono a chiamarsi Banados de Palermo
o anche Vignas de la Punta de Palermo
.
Anche Jorge Luis Borges attribuisce, nel suo Evaristo
Carriego, la genesi di questo appellativo al Dominguez
di Palermo dItalia, addirittura, facendo dire al
grande poeta dei poveri e palermitano doc En Palermo naciò
la Ciudad.
Ecco, dunque, lorigine del nome di questo barrio absolutamente
especiale di cui Borges era innamorato poiché qui
visse, agli inizi del XX secolo, la sua adolescenza a contatto
con i figli di emigrati siciliani e calabresi, con i quali giocava
per le vie polverose, come egli stesso ricordò, nel salone
della Fondazione Mormino, lunica volta che venne nella
nostra Palermo, in occasione del conferimento del premio assegnatogli
dalleditrice Novecento.
A quel tempo, il barrio non era certo il migliore dei mondi
possibili. Povero e sovrappopolato, violento e fascinoso al
tempo stesso, per Borges Palermo del coltello e della
chitarra
era una preoccupante povertà
Fino a quando, durante le due decadi doro (anni 30
e 40), non raggiunse il massimo splendore.
Leconomia argentina, in pieno boom, divenne un punto di
riferimento per il commercio mondiale e di forte attrazione
per milioni di emigrati europei (soprattutto italiani, spagnoli,
francesi e tedeschi).
Buenos Aires si trasformò in una moderna metropoli che
gareggiava con New York, Parigi, Londra e nel barrio di
Palermo- annota la Radovanovic- penetrarono diversi stili architettonici
tuttavia
fu lavanguardia che assunse un nuovo linguaggio a partire
dal 1930 realizzando edifici caratterizzati dal bianco
Proprio in questo barrio, fra la Plaza Italia e il bosco di
Palermo, sorse il grande complesso della Sociedad Rural
che magnificò la potenza e lopulenza argentine
dovute, soprattutto, alla produzione e allesportazione
di montagne di grano, di carni e di pellami.
Perché lArgentina non era solo tango, lusso e belle
donne, ma, prima di tutto, flotte di bastimenti che esportavano
la gran parte della sua immensa produzione agricola e zootecnica
ed importavano
uomini e donne da tutti i continenti.
Ancora oggi, nonostante la grave crisi degli ultimi tre decenni,
il Paese, che conta 35 milioni di abitanti, produce grano per
circa 300 milioni di persone.
Si stima che circa il 40% della popolazione sia di origine italiana,
con unelevata incidenza di siciliani, molti dei quali
hanno raggiunto posizioni di grande prestigio. Da Alfio Coco
Basile, originario del catanese, allenatore del mitico Boca
Juniors di Maradona alla neo ministra delleconomia
Felisa Josefina Miceli, una bella signora di 52 anni originaria
di Leonforte, in provincia di Enna, che dalla presidenza del
Banco de la Nacion è passata alla direzione di un dicastero-chiave
cui è affidata la gravosa responsabilità del governo
delleconomia e delle difficili relazioni con la Banca
mondiale e col FMI.
Ma torniamo a Palermo, alle sue luminose avenide che questa
tarda primavera portegna fa brillare sotto le chiome azzurrognole
dei jacaranda: Santa Fè, Scalabrini-Ortiz, Libertador,
Malabia, Sarmiento, Belgrano, Borges, Cortazar, ecc. Nomi, luce
di nomi che rischiarano la storia travagliata della nazione
argentina; una sequela di eroi e letterati che vogliono restare,
o tornare, a Palermo, anche da morti.
Per gustare Palermo bisogna passeggiare per queste strade, sbirciare
fra i cortili e i patii delle case antiche alla ricerca dello
spirito bohemio y creativo e la sera andare da Homero
Manzi o al Club del vino dove ci sono il miglior
tango e il miglior vino.
Questo barrio è davvero speciale poiché è
anche un termometro della crisi, una vetrina della lenta ripresa
delleconomia e della vitalità culturale argentine.
Oggi è tutto un gran fermento. Sembra che Palermo stia
vivendo il suo secondo rinascimento. Accanto alle dimore dei
poeti, degli artisti e degli emigrati stanno nascendo (in qualche
caso subentrandovi con una certa arroganza) lalta moda,
il disegno, leditoria, nuovi teatri.
La sfida è quella di riuscire a coniugare, armonizzandole,
tradizione e innovazione.
di Agostino Spataro, direttore www.infomedi.it